di Carlo Sansonetti, Presidente di Sulla Strada
25 anni fa, alcuni visionari raccontavano un sogno che avevano nel cuore e il loro racconto si sparse in una piccola comunità cristiana dell’Umbria. Fu come seminare la parola nei loro cuori.
La comunità credette a quelle parole e volle che il sogno diventasse realtà, fornendolo dei mezzi economici necessari. Fu così che il sogno iniziò a farsi largo dentro la storia.
Approdammo in Guatemala, terra dove ingiuste strutture sociali ed economiche tengono schiavizzati migliaia di bambini in un lavoro alienante e pericolosissimo: maneggiare polvere da sparo per costruire petardi e fuochi artificiali!
Il nostro punto di arrivo fu un villaggio, di poco più di centocinquanta persone che abitavano alcune decine di catapecchie, messe su con lamiere arrugginite e teli di plastica fatiscenti, a sette chilometri dal centro abitato di San Raymundo. Il villaggio era abbandonato a sé stesso e mai ci era arrivata l’acqua, né la luce. Né una scuola.
Una desolazione, un pianto nel cuore!
Ma fu quella condizione che ci convinse a iniziare proprio lì il nostro progetto, che era quello di costruire una scuola, per offrire a quei bambini altre opportunità di vita: sentimmo come stessimo accendendo una luce in un luogo da sempre oscuro.

Oggi possiamo dire, con cognizione di causa, che quando si accende una luce dove mai era arrivata la luce, quella luce non dovrà mai più spegnersi, perché altrimenti era meglio non averla mai accesa…
A quella scuola si iscrissero i venti bambini del villaggio. Oggi quelle bambine e quei bambini, arrivando anche dai villaggi vicini, sono diventati 350 e la scuola conta con un asilo, le sei elementari e le tre scuole medie. Quest’anno stiamo aggiungendo anche laboratori di formazione professionale.
Eppure, vorrei affermare, la cosa più importante non sono gli edifici o la mensa, o il centro medico che abbiamo costruito nel tempo, ma i valori più profondi che ci hanno guidato e gli altri che abbiamo imparato (meglio dire: che stiamo imparando!).
Ecco dunque le considerazioni, fatte sulla base della nostra esperienza di 25 anni Sulla Strada, per i prossimi 25 anni di cammino…
Siamo sulla strada, stiamo camminando.
Sono 25 anni che camminiamo insieme ai poveri, ai più piccoli dei poveri. Non possiamo correre, perché altrimenti in tanti rimarrebbero indietro, soprattutto i più deboli. Loro infatti fanno della lentezza la garanzia di una vita che si può allungare di un giorno, ogni giorno. E la lentezza riversa in abbondanza, nei loro cuori, pazienza, gentilezza, sorriso, gratitudine… E la mansuetudine, che per me è la virtù più alta, la più bella, la più “genuinamente” umana, che noi però abbiamo perso, purtroppo. Alla scuola dei più poveri impariamo di nuovo le regole del “buen vivir”.
Le ricchezze materiali portano con sé l’inganno della velocità: cercano di persuaderti, con l’inganno tipico della malizia, che con esse puoi fare di più e con meno tempo! Ma i tempi degli esseri umani non obbediscono alle leggi del mercato: la vera economia è al servizio degli uomini e delle donne, non viceversa. E ogni luogo, per le caratteristiche che lo contraddistinguono, ha la sua economia, la sua regola. Nel mondo dei poveri non si può e non si deve correre!
In un progetto come il nostro, poi, dove la ricompensa non è materiale, ma umana, correre fa male, perché ci si stanca subito e si molla facile dopo un po’.
Di per sé, il cammino stesso è lento, e la lentezza, come dicevamo, ha una saggezza e una ricchezza di rapporti che la velocità esclude, o almeno emargina, scansa da sé con un senso di fastidio, perché la rallenterebbe: è l’esperienza del guardare, del fermarsi ed entrare, dell’incontro, dell’ascoltare, del parlare, del conoscere e riconoscere, di imparare, di apprezzare, di mettersi in discussione, di impegnarsi. Di stare.
La velocità è una sorta di ricchezza alienante, che ci allontana da noi stessi, perché ci impedisce la riflessione profonda e umanizzante.
Ci esaltiamo per le grandi meraviglie della tecnica e per le capacità dei grandi capitali di realizzare progetti impensabili: poco tempo fa, in mare aperto, di fronte alle coste atlantiche del Panamá, diverse ditte sono riuscite a “costruire”, dal nulla, due isole di qualche decina di ettari ciascuna e di renderle appetibili con lotti milionari. Così si sono rifatti, con interessi altissimi, dell’investimento che avevano fatto.
Ma, a fronte di tanta esaltazione per queste visioni e conquiste dell’umanità, inimmaginabili fino a poco tempo fa, perché contemporaneamente non ci scandalizziamo per la cecità e l’inazione dell’umanità nei confronti del mondo dei più poveri? Perché non ci indigniamo quando, addirittura, si fa la guerra ai poveri, soprattutto quando cercano una via di fuga dal loro inferno? Forse che il guadagno milionario ci esenta dall’essere umani? Forse che il riscatto dalla miseria e la riconquista della dignità di un essere umano non è una ricompensa incommensurabile?
Sulla Strada non è un progetto specifico, è uno stile di vita, una scuola, un’opzione fondamentale: esserci sempre, incondizionatamente e gratuitamente, ma solo per i poveri e per chi si immerge nel loro mondo.


Tutte le foto pubblicate nel presente articolo sono dell’archivio di @SullaStrada
L’articolo 25 anni di Sulla Strada: uno sguardo al passato e una visione di avvenire sembra essere il primo su Solidarietà e Cooperazione CIPSI.