di Daniela Candido, volontarie del Servizio Civile Universale presso Solidarietà e Cooperazione CIPSI di Roma, nel progetto “Insieme alla Nonviolenza”
Era il 15 agosto 2015. Alaa Faraj è un ragazzo di appena 20 anni come tanti altri: studia ingegneria e, nel tempo libero, gioca a calcio. La Libia, la sua terra natale, è un paese devastato dalla guerra civile, e vi è ben poca speranza per un futuro più roseo. A circa 500 km di distanza, l’Italia: “la porta di Europa”, il sogno di un futuro felice. E’ proprio questo il sentimento che spinge Alaa, e come lui tanti altri, a salire su un barcone, con il 10 % di possibilità di toccare la terra ferma da vivo. Quello che non sapeva, e che ha imparato a sue spese, è che esiste una terza possibilità per chi intraprende questo tipo di viaggio: essere reclusi in carcere, in maniera del tutto ingiusta. Questo il triste destino di Alaa Faraj, attualmente detenuto presso la Casa di reclusione “Ucciardone”, a Palermo. Fine pena, 15 agosto 2045. Sulla base di alcune testimonianze di persone chiaramente sotto shock, in quanto appena sbarcate, e raccolte senza alcuna forma di mediazione linguistica e culturale, Alaa è stato accusato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e omicidio plurimo volontario, in quanto nel corso di quella disperata traversata 49 persone hanno perso la vita. A seguire, un processo controverso, fatto di contraddizioni e incoerenze.
Nonostante Alaa si sia sempre professato innocente, e sia vittima di un sistema che preferisce criminalizzare le vittime, non ha perso la speranza: “in carcere”, afferma, “ho acquisito la mia libertà”. Infatti, come evidenziato da Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, il giovane è stato in grado di andare oltre l’ingiusta sentenza che gli ha strappato 30 anni di vita: nelle mura fredde del carcere, Alaa ha imparato l’italiano, si è diplomato una seconda volta ed è attualmente iscritto all’università. Sempre in carcere ha conosciuto l’amore per la scrittura, tramite uno dei vari laboratori proposti ai detenuti: proprio tramite una di queste occasioni, ha conosciuto la professoressa Alessandra Sciurba. Tra i due comincia un intenso scambio di lettere, che da’ vita a sua volta a “Perché ero ragazzo”, edito da Sellerio, presentato in data 18 settembre 2025 presso la sede di Extralibera, in via Stamira 5. La prof.ssa Sciurba ha curato, nel vero senso della parola, un libro coraggioso, dove la voce di Alaa è la protagonista, anche tramite alcuni errori grammaticali, volutamente lasciati intatti. Dal volume emerge tutta la forza di Alaa Faraj, che continua a lottare, come ha sempre fatto d’altronde, ma sapendo che alle spalle ha una comunità che crede alla sua storia e lo supporta.
L’articolo Perché ero ragazzo sembra essere il primo su Solidarietà e Cooperazione CIPSI.




