di Daniela Candido, volontarie del Servizio Civile Universale presso Solidarietà e Cooperazione CIPSI di Roma, nel progetto “Insieme alla Nonviolenza”
Per lifelong learning si intende l’idea che l’apprendimento non termini insieme al percorso scolastico ma che continui, sostanzialmente, per tutta la vita. Questo concetto è presente nell’agenda UNESCO dagli anni 60, ma si è trasformato insieme al mercato del lavoro: dopo il boom economico post bellico, si da’ il via ad una stagione caratterizzata da un mercato del lavoro turbolento e decisamente più complesso. Per cercare di fronteggiarlo al meglio, si comincia ad investire in una serie di competenze che sono in grado di rendere una persona più marketable, quindi più appetibile sul mercato del lavoro. Persiste, dunque, un’idea di formazione parziale, che tralascia una serie di competenze in quanto reputate “meno utili”: tra queste, la cittadinanza attiva.
In Italia, la partecipazione politica è ai minimi storici: sin dall’unità di Italia, l’astensione al voto era spesso utilizzata come un atto politico di protesta, in particolar modo dai repubblicani contrari alla monarchia e dagli anarchici, per ovvi motivi. Dopo i due conflitti mondiali e la tanto agognata Costituzione repubblicana, l’astensionismo sembrava essere un brutto ricordo: questo, almeno, fino agli anni ’80. Gradualmente, è cominciata una stagione di rinnovato disinteresse che ci ha portato fino ai giorni nostri. I dati dell’ultimo referendum parlano chiaro: soltanto il 30% della popolazione si è recata alle urne ed ha esercitato il proprio diritto al voto. Soltanto il 30% degli italiani ha utilizzato uno dei rarissimi strumenti di democrazia diretta previsti dalla nostra Costituzione. Non possiamo stare fermi a guardare, c’è chiaramente un problema sottostante.
Educare la democrazia
E’ dal 1958, in particolar modo tramite il DPR n. 585, che è previsto l’insegnamento di “educazione civica” nelle scuole medie e superiori. Dal 2008, è subentrata una nuova disciplina, denominata “cittadinanza e costituzione”, con l’obiettivo di educare gli studenti alla cittadinanza attiva e favorire un’ambiente incentrato sul dibattito e la discussione di tematiche attuali. Più di recente, con l.92/2019, è stata definita la nuova offerta formativa dell’educazione civica, divisa in 33 ore annuali: nonostante ciò, manca una attenzione all’attualità e ai casi concreti, il che sfocia inevitabilmente in un senso di distacco dal territorio e dalla cosa comune. Risulta mandatorio “educare la democrazia” come affermava Tocqueville, per conferire a tutti gli strumenti necessari per discernere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, senza cadere nella trappola del populismo, sempre più dilagante. Il ruolo dell’educazione scolastica deve essere quello di formare uomini dotati di ragionamento critico, che siano in grado di pensare ed agire in maniera del tutto indipendente: una scuola che non sia più una mera macchina distributrice di conoscenze, talvolta anche stantie, ma che sia in grado di stimolare lo zoon politikon che è in tutti noi.
I giovani, figli del disincanto
Se provassimo a chiedere ad un gruppo di giovani il motivo della loro scarsa partecipazione politica, anche soltanto per quanto riguarda il tema elettorale, la risposta più frequente sarebbe sicuramente “perché tanto non cambia nulla”. Dagli anni ’90 e dalla questione “Mani pulite”, ha cominciato a diffondersi a macchia d’olio uno sdegno nei confronti della classe politica e delle istituzioni pubbliche. La figura del politico ha perso la gloria di un tempo, ma ha assunto caratteristiche sempre più negative: il politico, nell’immaginario comune, è corrotto, egoista e distante dagli interessi della popolazione che dovrebbe rappresentare. Questo fenomeno, chiamato antipolitica, va ad inglobare il naturale animo politico, inteso secondo la concezione aristotelica, che alberga dentro l’essere umano.
Nell’incertezza e nel disincanto, la politica appare come un qualcosa di lontano, di evanescente allo sguardo. Ciò è paradossale, perché tutto è politica. Come afferma Berthold Brecht, “il prezzo dei fagioli, del pesce, della farina, dell’affitto, delle scarpe e delle medicine dipendono da scelte politiche”. Ed è per questo che al “me ne frego”, Don Milani, e tante realtà dopo di lui, contrapponeva “I care”, che sta per “mi interessa” oppure “mi sta a cuore”. Di fronte agli eventi che si susseguono frenetici ai telegiornali, l’italiano medio appare come del tutto anestetizzato, inerme. Consapevoli del nostro privilegio e libertà, dobbiamo mantenere più viva che mai la democrazia. E quindi, we care!
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